VALE TUTTO

Siamo un’umanità allo sbando, guidata da un premier muto e da generali e manager che si aggirano silenziosi nel Palazzo.

Nessuno che riesca a indicare una via precisa o una prospettiva di futuro.

Solo lunghi elenchi di regole da rispettare, con l’impressione di essere sempre in mezzo a un guado: da una parte la salute, dall’altra l’economia.

Chiudere e aprire senza fine, senza neanche il conforto di leader carismatici.

I politici sempre più presi da se stessi, dai loro battibecchi, ripicche e vendette trasversali.

I virologi come soubrette in lotta per la prima fila.

Il Recovery Plan verrà scritto in buona parte dalle multinazionali, senza consultare il Parlamento ed esautorando di fatto i ministeri, privatizzando così il Next Generation Eu.

E chi si era scagliato contro Conte e la sua idea di Task Force, ora non alza neppure un sopracciglio. Anzi.

Non è un caso che la Mckinsey abbia redatto il piano Saudi Vision 2030 di Bin Salman, quello del Nuovo Rinascimento renziano.

Ci pensa Sanremo a tener buono il popolo dormiente: “Finché la barca va, lasciala andare.”

Ma dove stiamo andando?

C’è da chiedersi se è la pandemia che ci impedisce di avere un piano per il futuro, o se è proprio la mancanza di un progetto, condiviso da un popolo consapevole, che ci tiene impantanati in un presente malato e senza speranza.

AG

L’ETERNO RITORNO DEI RADICAL CHIC

Credo che le ragioni delle dimissioni di Zingaretti si possano leggere nelle sue parole di poche settimane fa: “l’eterno ritorno di una sinistra elitaria e radical chic che vuole solo sempre dare lezioni a tutti, ma a noi ha lasciato macerie sulle quali stiamo ricostruendo”.

Con le sue dimissioni Zingaretti ha strappato il velo della falsa unanimità, dietro cui si celavano e si celano tuttora le congiure di palazzo.

Che si sia tentato di spianare la strada al ritorno di Renzi e dei suoi compagni di merende chic, è ormai chiaro ai più.

Zingaretti è stato “mandato avanti” nella formazione del governo giallorosso proprio da Renzi, che sperava in un suo fallimento, per potersi poi riprendere il partito, quasi fosse un giocattolo ingiustamente sottrattogli.

Ma qualcosa non è andato nel verso da lui sperato.

Nel momento in cui l’alleanza PD-5stelle-Leu, ha cominciato a funzionare, le bordate sono arrivate da tutte le parti, facendo cadere il governo Conte e cercando di affossare anche Zingaretti e il suo progetto di portare avanti tale alleanza.

Il ritorno dell’establishment al governo era scritto da tempo: dal momento in cui Conte ha “portato a casa” i 209 miliardi, la tecnocrazia oligarchica era già pronta a subentrare.

Complici non solo la destra, ma anche quella fetta del PD che ha continuato a sostenere Renzi sotto traccia, facendo guerra al suo stesso partito.

Siamo alla resa dei conti: il PD deve scegliere.

Può collocarsi al centro e rappresentare le classi più elitarie, scivolando inesorabilmente verso destra, insieme a Renzi.

Oppure ritrovare la sua vocazione di sinistra (incarnata al momento solo da Bersani e dal suo piccolo gruppo) per contrastare l’avanzata della povertà e per rappresentare un’alternativa democratica alla tecnocrazia oligarchica.

La scelta è tra il Palazzo e il Paese.

La domanda è: esisterà ancora una sinistra?

AG

PECORE ALLO SBANDO

Si fa sempre più chiaro il disegno di uscire dalla crisi “dall’alto”, e non “dal basso”. Verso l’oligarchia e non verso la democrazia.

Infiacchita dalla pandemia, la politica si è arresa governo dei migliori che, come abbiamo visto soprattutto nelle nomine dei sottosegretari, migliori non sono.

Di fronte all’emergenza abbiamo accettato l’orribile concetto che sia inutile votare, perché le scelte sono obbligate e quindi calate dall’alto.

L’ammucchiata dei partiti al governo ha il sapore della resa, il rassegnarsi ad abbandonare ogni formula politica.

Anche il pretesto di restare uniti per arrivare alle elezioni del Presidente della Repubblica e cioè a Draghi, assomiglia più a una designazione monarchica che non a una elezione democratica.

Draghi, nel suo decidere da solo o con l’aiuto di pochi intimi, fa tremare le ginocchia alla democrazia.

Anche il suo perdurante silenzio, che all’inizio era piaciuto soprattutto dopo l’orgia mediatica di tanti politici, ora assume le sembianze di uno snobismo che prende le distanze dal popolo.

È come se la ricerca dell’immunità di gregge ci abbia trasformati davvero in pecore belanti, in attesa che il Pastore possa guidarci verso un cammino e una salvezza scelte soltanto da lui.

AG

CULTURA BALNEARE

La mafia uccide solo d’estate diceva Pif nel suo film.

Ora pare che anche la cultura possa “esercitare” esclusivamente nella bella stagione.

Riaprire i teatri il 27 marzo sa molto di presa in giro e di totale ignoranza dei meccanismi necessari per allestire una stagione teatrale di ampio respiro.

Si potrà dare giusto il contentino alle recite da oratorio e a qualche intrattenimento estivo all’interno di parchi e cortili.

Insomma cultura balneare: la solita brioche al posto del pane.

AG

LA TASK FORCE AL GOVERNO

In politica la furbizia è una gran dote.

Viste le aspre critiche ricevute dalla task force di supertcnici, voluta da Conte per attuare il Recovery Plan, Draghi ha pensato bene di costruirsi una task force all’interno del governo stesso.

Una sorta di cabina di regìa interna all’esecutivo formata da tecnici (dal sottosegretario Roberto Garofoli al responsabile del Tesoro Daniele Franco passando per Roberto Cingolani, Vittorio Colao e Marta Cartabia) con cui si confronta e a cui delega alcune decisioni.

Della sostituzione del capo della Protezione Civile Angelo Borrelli nessuno sapeva niente, tranne i pochi tecnici con cui Mario Draghi si confida abitualmente. Nemmeno il ministro della Salute Roberto Speranza ne era a conoscenza.

La lista dei dossier su cui decide tutto Palazzo Chigi senza informare nessuno si allunga: squadra dei ministri, delega ai Servizi Segreti a Franco Gabrielli, Curcio alla Protezione Civile …

Intanto la coesione dell’esecutivo continua a sgretolarsi: alcuni ministri politici si lamentano di non essere coinvolti nelle decisioni che contano.

Ne è un esempio la costituzione dei due super comitati interministeriali (Cite e Citd) formati da cinque ministri che dovrebbero aiutare Cingolani e Colao a pianificare gli interventi e decidere come spendere buona parte dei 209 miliardi del Recovery.

Inizialmente il PD ne era stato escluso e solo l’intervento di Franceschini, in netto contrasto con la Cartabia, ha riequilibrato il tutto.

E che dire del malcontento di Giorgetti cui sono state sottratte importanti deleghe, dirottate dal MiSE alla Transizione Ecologica.

Viene da domandarsi cosa accadrà a settembre, con l’inizio del semestre bianco, quando Draghi e i “suoi” potranno spadroneggiare, liberi dal controllo dei politici che non avranno più neppure l’arma di chiedere nuove elezioni.

AG

L’IMPORTANZA DEL MAGGIORITARIO

Esiste solo una via per non trasformare definitivamente la nostra democrazia in oligarchia: andare a votare con un sistema maggioritario.

È l’unico modo per garantire un’alternanza democratica tra destra e sinistra ed evitare quell’inguardabile accozzaglia di voltagabbana che consegue al proporzionale.

Alleanze stabili con programmi precisi che possano dare la certezza al cittadino che il suo voto non venga tradito da ammucchiate di vario genere.

Ma prima ancora delle alleanze è necessario che ogni partito trovi o ritrovi la sua vocazione.

Non ci si può alleare se prima non è chiaro dove si vuole andare.

Prima si stila il programma di viaggio e poi si cercano i compagni più adatti, con obiettivi e valori simili.

Il PD deve fare una sintesi credibile delle sue correnti e indicare se vuole riscoprire la sua vocazione popolare, abbandonando le velleità elitarie del renzismo.

Ai 5stelle tocca il compito di ricalibrare le forze centrifughe che lo stanno distruggendo e diventare un partito aperto alla società civile. L’ingresso di Conte nel movimento sarà indispensabile per portare avanti questa transizione.

Poi c’è Leu, che anche se di piccole dimensioni, deve rimanere sempre ligia al suo compito di sentinella dei valori della sinistra.

Solo così le tre forze potranno riuscire in una alleanza proficua.

Anche la destra ha il suo da fare: non si diventa europeisti per comodo e non si può stare al governo e all’opposizione nello stesso momento.

La destra deve scegliere se abbandonare i temi più estremi e revanscisti ed entrare in un’area più moderata, anche in seno all’Unione Europea.

Solo con queste premesse si può andare al voto serenamente, dando vita così a un Parlamento che rispecchi per davvero la società civile.

In questo modo eviteremmo che ci venga calato dall’alto l’ennesimo governo tecnico.

La democrazia è un’entità fragile. Dobbiamo preservarla ad ogni costo.

AG

LA RESTAURAZIONE

No, non chiamatelo governo di unità nazionale, tanto meno governo dei migliori.

L’unità è solo di facciata e non c’è traccia dei migliori neppure nei sottosegretari di recente nomina.

Chiamiamola col suo nome: tecnocrazia oligarchica.

La classe politica è andata in pezzi e chi cerca disperatamente di ricomporre alleanze a sinistra viene tacciato ingiustamente di populismo.

Non sarà Draghi, trasformatosi da banchiere in politico, a ripristinare la tanto agognata alternanza tra destra moderata e sinistra riformista

Questa democrazia calata dall’alto non partorirà una nuova classe dirigente democratica (come forse aveva sperato Mattatella), ma il ritorno dei notabili dell’alta finanza che sapranno tutelare gli interessi delle grandi imprese e che lasceranno le briciole alla gente comune.

Quella gente comune sempre più disamorata di una classe politica che vuol far passare i voltafaccia per senso di responsabilità.

Non ci resta che inginocchiarci di fronte alla restaurazione, sperando che dall’alto ci lancino di tanto in tanto qualche boccone per tranquillizzarci.

Bocconi amari e restaurazione al potere.

AG

LA PRIMULA ROSSA

Renzi ce l’ha messa tutta: ha fatto cadere il governo in un momento in cui la curva pandemica era rassicurante, così da potersi prendere gli applausi per le riaperture.

Ma le varianti gli hanno rovinato il piano e purtroppo i contagi sono tornati a salire.

Così, se qualcuno non l’avesse ancora capito, non è colpa di Conte o della sinistra brutta e cattiva se ancora siamo chiusi, se il piano vaccinale latita e se non è così facile spendere bene 209 miliardi.

A un anno dall’esplosione della prima ondata pandemica, non ci resta che sperare nel bel tempo e nella primavera: magari sotto alle primule spunteranno nuovi vaccini.

AG

TUTTI CONTRO TUTTI

Non ce la fanno proprio i partiti a diventare adulti e continuano con le risse da scuola materna: il nuovo giochino sono i sottosegretari, messi gli uni a guardia degli altri e ciò che è uscito dalla porta rientra dalla finestra (leggi Bellanova e Scalfarotto).

E che dire della Borgonzoni sottosegretaria alla cultura? Sì proprio lei, che si vanta di non leggere un libro da tre anni.

Il tutto mentre San Mario rafforza tranquillo la sua squadra di tecnici di stampo neo liberista, in cui trova posto anche Cottarelli.

Del governo del popolo è rimasto ben poco e i media si cibano compiaciuti dei resti straziati del M5S, tirando un sospiro di sollievo per il ritorno in pompa magna dell’establishment.

Il PD continua nella sua mission autodistruttiva con correnti allo sbando che affondano l’intergruppo “PD M5s Leu” ancor prima che nasca.

Zingaretti, sfinito, annuncia le sue dimissioni e già si litiga sul nome del successore.

Intanto Giorgetti affila sornione gli artigli sul MiSE e Meloni tiene viva la vera essenza della destra tuonando dai banchi dell’opposizione.

Forza Italia resuscita con Brunetta, rinobilitando la figura di Berlusconi.

E a bacchettare Renzi d’Arabia rimane solo Biden, con i suoi affondi contro Bin Salman.

A Mattarella gira la testa, letteralmente, tanto da non poter presenziare al rientro delle salme dal Congo dei compianti Attanasio e Iacovacci.

Del Mes, del Ponte sullo Stretto, del vulnus alla democrazia e delle riunioni notturne non si parla più.

In compenso abbiamo un nuovo Dpcm (ma guarda!) che prolunga le chiusure fino a Pasqua.

Avete ancora voglia di baciare il santino di Draghi?

AG

CHE FINE HA FATTO LA DITTATURA SANITARIA?

Siamo decisamente un paese dalla memoria corta.

Abbiamo mandato a casa un governo a suon di “basta dittatura sanitaria”, salutando il nuovo premier come il Salvatore della Patria che avrebbe cambiato tutto.

Invece non è cambiato nulla.

Perché il virus è sempre lì (che lo si voglia o no) e non sarà certo un nuovo Premier a farlo volatilizzare.

Si continua inevitabilmente a giocare a strega comanda color, in barba ai desiderata dei 2 Mattei che vorrebbero riaprire tutto.

Di conseguenza anche l’economia segna il passo perché strettamente connessa allo stato di salute del Paese, come spesso il governo precedente aveva ricordato.

Chi si illudeva di farsi una bella nuotata in piscina e poi cena fuori e cinema con gli amici, resta deluso.

Ma davvero pensavate che sostituire Conte con Draghi avrebbe risolto tutto?

L’ingenuità va spesso a braccetto con la propaganda.

Ci vorrà tempo perché la situazione migliori e per vedere gli effetti di un Recovery Plan che ancora non è stato completato.

Pazienza e nervi saldi: erano necessari prima e servono pure adesso.

Ora in più occorre tenere gli occhi aperti su quel Matteo che si aggira ingolosito come un lupo nel pollaio dei 209 miliardi.

Di quale Matteo si tratta?

Vi lascio indovinare, così, tanto per avere un nuovo passatempo durante questa pandemia che sembra non finire mai.

AG